Prove tecniche di partenza

•22, giugno, 08 • 1 commento

Chateau Rouge. Chatelet. Gare de Lyon. E ritorno.
Charonne. Nation. Gare de Lyon, polizia di dogana. Ritorno.
Pigalle. Bercy, e ritorno.
Nove mesi scivolati addosso, ho provato 1000 volte a trovarne le tracce nel mio cervello e non le trovavo.
Niente ricordi, come sempre quando si vive alla velocità della luce. Poi li guardi negli occhi, mentre con un piede sulla predellina del treno ti abbracciano per un’ultima volta. E li ritrovi tutti, le sbornie lungo senna, le notti a gridare e cantare fino a non aver più voce neanche per un sospiro, le corse in velib, le notti in bianco e le notti bianche.
Di ritorno dai pochi giorni senesi, arrivando all’areoporto di Orly, mi sentivo strano. Anzi sentivo strana la città. Distante, fredda, scostante come la avevo conosciuta nei primi giorni. Eppure…
Eppure da un pezzo la sentivo mia. La mia boulangerie, il mio supermercato, l’arabo di fiducia per i kebap notturni, il bar sotto casa. Mi ero ritagliato uno spazio. Eppure la, aspettando l’orlybus, stavo male.
All’inizio ho pensato alla nostalgia, in quei quattro giorni avevo ritrovato i miei vecchi amici italiani, mi avevano fatto sentire a casa.
Poi ho capito, e la verità è un po’ come una lattina gettata da un TGV in corsa. Colpisce forte.

La mia Parigi non erano le strade, non erano i locali, non erano i musei.

La mia Parigi erano gli svarioni di Mariangela, la bontà pura di Jacopo, la follia di Ali, gli occhi clamorosamente vivi di Michela. Le passeggiate in bici con Alessandro e Diego, erano le voci sempre troppo alte degli spagnoli, e Clarissa che balla la samba.
E l’ingegnere con la sua lucida pazzia. E le risate di Fabrizio, le sue mille donne. Era Mini e il suo cellulare da polso. Erano le colazioni la mattina all’alba, o i pranzi alle sette di sera. Sempre con loro, per loro, grazie a loro.
Era la dolcezza di Clara, e la testa tra le nuvole di Ruy.

Ogni volta che uno di loro è partito, la mia Parigi è diventata più piccola, diversa, ha cambiato faccia.
Qualcuno per fortuna c’è ancora, ma ormai la sindrome del sopravvissuto mi ha colpito.
E ora, seduto davanti a un computer, a decidere quando e come partire, sono consapevole che la prossima volta che andrò in una stazione sarà per me, e sarà per sempre.
Saudade, la parola portoghese intraducibile, ora la capisco. La dolce nostalgia, un misto di tristezza, bei ricordi, e affetto, tanto, troppo.
Il cuore è pieno, la testa di più.
Forse sono più forte, qualcuno mi ha detto più saggio, secondo me solo cambiato, non so come.
Ma le mie vecchie paure sono dietro le spalle, ho imparato di nuovo a farmi travolgere dalla vita, senza remore, senza riserve.
Tante vite sono finite e iniziate per me. Una è finita all’areoporto di Pisa. Altre ogni volta che qualcuno è partito ed è troppo lontano per rivederlo. Un’altra finirà tra due settimane. Ma dietro l’angolo ce n’è un’altra ad aspettarmi, misteriosa, di cui non so niente.

E questo blog con una data di scadenza incerta, anche lui mi lascerà, ogni tanto è stato di conforto, ogni tanto di rabbia.

Aspettami, sto per tornare a casa.

Come promesso. Niente Italia

•8, giugno, 08 • Lascia un commento

WASHINGTON“Il modo migliore per continuare la nostra lotta e raggiungere i nostri scopi è che i nostri sforzi siano diretti a far eleggere Barak Obama alla presidenza degli Stati Uniti. Gli faccio le mie congratulazioni, e gli do il mio pieno sostegno, e chiedo a tutti voi di unirvi a me e di lavorare sodo per Barak Obama così come avete fatto per me”.

Serietà. Senso del Dovere. Come diciamo noi, delle Istituzioni. Ma io, almeno una volta, preferisco come dicono loro. Una lezione di politica, quasi risuonante di vecchie ideologie. Una sconfitta personale e una vittoria per le donne, che grazie a lei e in lei hanno avuto finalmente modo di dimostrare, a quella parte di America e di mondo che ne aveva ancora bisogno, che una donna può essere un candidato eccellente per la Casa Bianca. Un’appuntamento, adesso e grazie al suo lavoro, soltanto rimandato. Ha creato un precedente epocale. Per non parlare della serietà di cui sopra. E pensare che per lo spietato sistema politico d’oltroceano, ormai è bruciata. Eppure, ed è solo lo stupido parere di uno sciocco sognatore, questa donna è diventata un esempio, ha cambiato la Storia. Ma come si fa a non sognare leggendo questo “Un giorno vivremo in un’America in cui ci sarà una classe media più forte. Vivremo in un’America alimentata da energie alternative, un’America più forte: per questo dobbiamo eleggere Obama presidente. Dobbiamo riportare a casa le truppe: un giorno vivremo in un’America più leale con i suoi soldati. Per questo dobbiamo far eleggere Obama presidente”. La parte politica a cui più mi sento vicino viene definita antiamericana dagli oppositori. Be, forse non sanno muovendo la critica, che questa America è quello che vorremmo anche da noi. Forse non parliamo della stessa America.

E poi ti capita di aprire il giornale una domenica mattina, e scoprire che la Francia del capo intollerante e xenofobo, attende quasi con impazienza (prima pagina di “Le Monde”) le elezioni dei rappresentanti dei musulmani in Francia, con un pizzico di ansia addirittura per il ritiro dalla corsa della Grande Moschea di Parigi.
Ma qua parlano di senso dello stato. E hanno questa strana concezione, per la quale ogni Cittadino deve essere ascoltato e ha diritto ad essere rappresentato. I rapporti con quella che viene più o meno apertamente riconosciuta come una comunità problematica (basta pensare alla composizione etnica) sono gestiti istituzionalimente.

E noi, ja famo.

Come promesso non ho parlato dell’Italia. Infatti ho parlato di serietà, senso del dovere e democrazia.

E’ finita

•15, maggio, 08 • 3 commenti

Siamo sconfitti su ogni fronte. Ancora prima dell’inizio, senza nemmeno una mossa. Già fanno tutto soli…

Davvero ultimo post sull’Italia, nei miei ultimi giorni erasmus voglio non pensarci.

Primo maggio di festa

•1, maggio, 08 • 2 commenti

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Coerenza e onestà intelletuale vorrebbero uno slancio di sincerità. L’italia è ancora una Repubblica fondata sul sangue e sulla morte di chi lavora. Dal 2006 all’ottobre 2007 sono morte in Italia sul lavoro 5252 persone, in quattro anni di guerra in Iraq ne sono morte 3520. Nell’attentato alle torri gemelle di New York, attentatori compresi, le vittime sono state 2992. Non che una vita valga meno di un’altra, ma di sicuro l’accettazione del rischio di un operaio è diversa da quella di un soldato. Salutando la famiglia la mattina, andando a sudarsi il pane nel senso più vero della parola (forse l’unico), a incatenarsi otto ore dietro ad una saldatrice come precario, o a impastare cemento, tutto ci si aspetta tranne di tornare a casa in un sacco nero con la testa aperta, o di morire come topi asfissiati e poi bruciati vivi.
E se non ti uccidono gli incidenti ci pensano le polveri tossiche, l’amianto che ancora avvelena migliaia di luoghi di lavoro, i fumi e le esalazioni, anno dopo anno, giorno dopo giorno, a consumare con il corpo anche l’anima. Ripagati con due lire di pensione, i conti sono pari.
E tutto questo nel silenzio più agghiacciante, assordante, di tutte le coscienze.
Non lo vedo, ergo non esiste.

E allora, ricordando da dove vengo, il Primo Maggio è per me giorno di festa, ma anche di grande rabbia e frustrazione nel vedere decimata la MIA gente. Questo è un piccolo manifesto, una dichiarazione di fede, un credo.
Quindi accettiamo la fine delle ideologie, delle lotte politicizzate, ma non tutto. La concretezza della vita, dei suoi bisogni rimane inalterata, e liberata dalle argomentazioni ideologiche di qualche intellettuale alla Bertinotti, e per questa concretezza ci batteremo. Perchè libertà non ci può essere finchè tutti non saranno liberi di vivere dignitosamente con il frutto del proprio lavoro.

Il lavoro uccide, quindi la nostra Repubblica uccide. A quando una svolta?

Primo maggio è lotta.

Requiescant in pacem. Gli italiani e i lemmings

•14, aprile, 08 • 2 commenti

Le campane suonano a morto. Non solo per una sinistra storica che dopo essere stata gloriosa, essere divenuta minoritaria, aver di nuovo assaporato la possibile gloria del partito di massa e l’arroganza che ne segue si è riunita sotto un solo tetto per poi spaccarsi in tre per un simbolo (mio dio, perdonali, quanto peso e quanto potere danno gli uomini a un disegno). Non solo per gli ultimi eredi dei suoi nemici storici, i figliocci vari della DC… Non solo per le varie destre di ispirazione fascista e sociale. Tutti loro hanno subito la sconfitta di chi diventa arrogante e vuole solo opporsi, l’esperienza del figlio 17enne che scappa di casa e finisce in tragedia. Hanno disimparato qualsiasi cosa, salvo fare politica, nessuna competenza, nessuna abilità apparente salvo rabbonire le masse. Non che gli altri siano meglio, ma ci han provato.

No, la tragedia di oggi ricorda un pò una vicenda di tanti anni fa.
Ricordo che la prima volta che lessi di questa faccenda ne rimasi molto stupito, ma oggi trovo sia piuttosto didattica.
Avete mai sentito parlare di lemmings o in italiano lemmini?
Sono dei simpatici roditori della tundra, che dato il loro crescere spesso esplosivo, erano circondati da un alone di mistero, si credeva ad esempio che si generassero spontaneamente a seconda delle condizioni dell’aria. Ma soprattutto, la grande leggenda sui lemmini era che fossero dediti al suicidio di massa. Come si può leggere su wiki, tale credenza ha portato a fare dei lemmini una metafora per persone che stupidamente rinunciano a pensare per seguire ciecamente le istruzioni di un Capo.
Ovviamente le leggende restano leggende, e la verità può nascondersi dietro di esse, ma prima o poi è costretta a fare capolino.
La realtà è che nel 1958 un regista della Disney, per dare un tocco di romanticismo ad un documentario spinse giù da un dirupo un gruppo intero di lemmini in fase di migrazione, trasformando quello che nella realtà erano sporadici episodi accidentali, in un suicidio di massa.

In Italia, ieri ed oggi abbiamo replicato. La memoria è un peso da queste parti, e loro ce ne libereranno volentieri. Il Padrone e i suoi tirapiedi l’hanno fatta a tutti, destra, sinistra, centro. Hanno trionfato, chapeau. Non hanno esitato neanche un secondo a spingerci verso il dirupo per il loro tornaconto. E noi obbedienti, abbiamo eseguito.

E ora le campane suonano davvero a morto.

Il segreto della felicità

•27, marzo, 08 • 1 commento

Ciò che per secoli saggi e sapienti, santi poeti e alchimisti, hanno infruttuosamente tentanto di scoprire, io l’ho trovato!

Non vi nascondo un certo orgoglio.

Riciclaggio sociale

•22, marzo, 08 • Lascia un commento

Riciclo questo video che circola da un pò sulla rete, e apparso in questi giorni su beppegrillo.it. Per quanto ancora avranno il coraggio di negare? Per quanto ancora ci illuderemo di vivere in un paese civile che sa confrontarsi con chi lo contesta? Per quanto ancora continueremo a scrivere leggi e a partecipare a dichiarazioni internazionali sui diritti umani, prima di ammettere che in casa nostra non sono riconosciuti?

E per quanto ancora questa vile generazione di giornalisti continuerà a prendere i nostri soli per tenerci ignoranti, raccontarci le vacanze di Vieri e quanti cazzi prendono le veline invece di fare il loro lavoro?
Eravamo ad un passo dal baratro, l’ignoranza e l’omertà ci hanno dato una spinta.

“Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani: mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro il tizio si ripete: fino a qui tutto bene… Il problema non è la caduta ma l’atterraggio”.