Prove tecniche di partenza

Chateau Rouge. Chatelet. Gare de Lyon. E ritorno.
Charonne. Nation. Gare de Lyon, polizia di dogana. Ritorno.
Pigalle. Bercy, e ritorno.
Nove mesi scivolati addosso, ho provato 1000 volte a trovarne le tracce nel mio cervello e non le trovavo.
Niente ricordi, come sempre quando si vive alla velocità della luce. Poi li guardi negli occhi, mentre con un piede sulla predellina del treno ti abbracciano per un’ultima volta. E li ritrovi tutti, le sbornie lungo senna, le notti a gridare e cantare fino a non aver più voce neanche per un sospiro, le corse in velib, le notti in bianco e le notti bianche.
Di ritorno dai pochi giorni senesi, arrivando all’areoporto di Orly, mi sentivo strano. Anzi sentivo strana la città. Distante, fredda, scostante come la avevo conosciuta nei primi giorni. Eppure…
Eppure da un pezzo la sentivo mia. La mia boulangerie, il mio supermercato, l’arabo di fiducia per i kebap notturni, il bar sotto casa. Mi ero ritagliato uno spazio. Eppure la, aspettando l’orlybus, stavo male.
All’inizio ho pensato alla nostalgia, in quei quattro giorni avevo ritrovato i miei vecchi amici italiani, mi avevano fatto sentire a casa.
Poi ho capito, e la verità è un po’ come una lattina gettata da un TGV in corsa. Colpisce forte.

La mia Parigi non erano le strade, non erano i locali, non erano i musei.

La mia Parigi erano gli svarioni di Mariangela, la bontà pura di Jacopo, la follia di Ali, gli occhi clamorosamente vivi di Michela. Le passeggiate in bici con Alessandro e Diego, erano le voci sempre troppo alte degli spagnoli, e Clarissa che balla la samba.
E l’ingegnere con la sua lucida pazzia. E le risate di Fabrizio, le sue mille donne. Era Mini e il suo cellulare da polso. Erano le colazioni la mattina all’alba, o i pranzi alle sette di sera. Sempre con loro, per loro, grazie a loro.
Era la dolcezza di Clara, e la testa tra le nuvole di Ruy.

Ogni volta che uno di loro è partito, la mia Parigi è diventata più piccola, diversa, ha cambiato faccia.
Qualcuno per fortuna c’è ancora, ma ormai la sindrome del sopravvissuto mi ha colpito.
E ora, seduto davanti a un computer, a decidere quando e come partire, sono consapevole che la prossima volta che andrò in una stazione sarà per me, e sarà per sempre.
Saudade, la parola portoghese intraducibile, ora la capisco. La dolce nostalgia, un misto di tristezza, bei ricordi, e affetto, tanto, troppo.
Il cuore è pieno, la testa di più.
Forse sono più forte, qualcuno mi ha detto più saggio, secondo me solo cambiato, non so come.
Ma le mie vecchie paure sono dietro le spalle, ho imparato di nuovo a farmi travolgere dalla vita, senza remore, senza riserve.
Tante vite sono finite e iniziate per me. Una è finita all’areoporto di Pisa. Altre ogni volta che qualcuno è partito ed è troppo lontano per rivederlo. Un’altra finirà tra due settimane. Ma dietro l’angolo ce n’è un’altra ad aspettarmi, misteriosa, di cui non so niente.

E questo blog con una data di scadenza incerta, anche lui mi lascerà, ogni tanto è stato di conforto, ogni tanto di rabbia.

Aspettami, sto per tornare a casa.

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~ di stenius su 22, giugno, 08.

Una Risposta to “Prove tecniche di partenza”

  1. hai buttato il cuore oltre l’ostacolo…ed ora l’hai raggiunto.

    caro amico, la chiave è sempre la stessa…:
    “Dont cry because it’s over, Smile because it happened!”.

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